Intervista sul Servizio Sanitario al dott. Giuseppe Pracanica del 1979

Intervista sul Servizio Sanitario al dott. Giuseppe Pracanica del 1979

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Giuseppe Pracanica

Risale esattamente a 38 anni fa. Il TDM nasce dopo, eppure il linguaggio è comune.

II dott. Giuseppe Pracanica, componente della Direzione Regionale della DC e dirigente provinciale dell’Ufficio Sanità ha rilasciato ad una emittente televisiva privata la seguente intervista, sui problemi relativi all’attuazione della riforma sanitaria in Sicilia.

D. — II 21 dicembre u.s. il Parlamento ha approvato la legge che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, la cosiddetta riforma sanitaria. Secondo Lei quando tale servizio sarà concretamente attuato?
R. — La legge approvata dal Parlamento non è un punto di arrivo, è soltanto una legge cornice, che abbisogna di numerosi interventi legislativi, sia da parte dello Stato che delle regioni, per essere attuata. I decreti necessari sono circa 76. Ma la sua attuazione richiede soprattutto la partecipazione delle forze sociali e dei cittadini: infatti é necessario che essa acquisti credibilità e ciò deriverà essenzialmente dal rigore, dalla puntualità e dal realismo degli adempimenti da parte dello Stato e delle Regioni, ma soprattutto dalla corretta gestione del servizio, che potrà essere garantita se vi sarà una effettiva partecipazione.
D. — Quali sono gli errori più gravi in cui si può incorrere nella realizzazione di una così colossale struttura, quale è quella ipotizzata dalla riforma sanitaria?
R. — Anche se in Italia non mancano gli esempi di ottime leggi che hanno prodotto, nella loro pratica attuazione, notevoli guasti, forse è meglio riferirsi alla esperienza inglese, cioè a quella del «National Health Service», che compie 30 anni. Al momento della sua istituzione la stima del costo annuale fu fissata in 170 milioni di sterline (circa 269 miliardi di lire) e si pensò che tale somma non sarebbe variata, di molto nei successivi 20 anni, in quanto le misure di prevenzione attivate dall’NHS avrebbero notevolmente diminuito l’incidenza delle malattie e conseguentemente sarebbero diminuite le richieste di ricovero, di cura e di assistenza. In verità oggi quella cifra ha superato i 6.500 milioni di sterline (oltre 10 mila miliardi di lire) e questo nonostante che successive leggi abbiano posto a carico degli assistiti contributi per i medicinali, per gli occhiali, per protesi varie, per cure speciali, per ricoveri in classi diverse nei reparti ospedalieri, ecc.

D. Quali sono le principali accuse che si muovono al servizio sanitario inglese?
R. — Di avere anzitutto una burocrazia elefantiaca: tra personale medico, para-sanitario, amministrativo e vario oltre un milione e centomila dipendenti. Ed inoltre una struttura amministrativa burocratica, formalistica ed improduttiva oltre misura, a cui si aggiungono una serie di comitati che la appesantiscono ulteriormente. Di tale stato di disagio sono testimonianza oltre sei milioni di cittadini inglesi che non si avvalgono più della struttura pubblica, ma di servizi privati, senz’altro più efficienti, che svolgono anche una certa funzione di stimolo nei confronti di quelli pubblici.

D. Secondo Lei anche in Italia le case di cura private possono svolgere una azione positiva?
R. — Senz’altro. Sono infatti convinto che la maggioranza delle case di cura private stringeranno stretti rapporti di collaborazione con le USL; e se ciò avverrà in un quadro di leale collaborazione e al di fuori dì qualsiasi intento speculativo, una qualificata presenza della spedalità privata potrà contribuire efficacemente alla attuazione della riforma. In alcuni settori — penso per esempio alla ortopedia e traumatologia a Messina, — le strutture private sono indispensabili per garantire un buon standard di assistenza.

D. — Quali sono le scadenze che la, Regione Siciliana dovrà rispettare per far decollare contemporaneamente alle altre regioni il Servizio Sanitario Nazionale?
R. — Essenzialmente i primi adempimenti riguardano:
1) l’individuazione degli ambiti territoriali delle USL, che dovrà essere portata a termine – sentiti i comuni e le province – entro il 30 giugno 1979;
2) la predisposizione, entro il 30 ottobre 1979, del piano sanitario regionale per il triennio 1980-82;
3) l’istituzione delle USL entro il 31-12-1979.

D. — Lei ritiene che la Regione Siciliana riuscirà a rispettare tali scadenze?
R. — Vorrei risponderle indirettamente, ricordando alcuni esempi significativi:;
1) per recepire la legge di riforma ospedaliera sono dovuti trascorrere 5 anni, e la legge, formata da 18 articoli, ha visto 5 articoli cassati dalla Corte Costituzionale;
2) per recepire la legge sui consultori familiari la Regione ha impiegato 3 anni;
3) per la psichiatria siamo ancora a livello di progetto. A Lei le conclusioni.

D. — Cosa sta preparando la Regione per la psichiatria?
R. — L’assessorato regionale alla Sanità ha predisposto una legge con cui delegare temporaneamente la gestione del servizio psichiatrico alle province. Cioè siamo a livello di proposta. Per cui se fosse dipeso dalla nostra regione oggi, in questo settore, saremmo in pieno caos: non potremmo dare da mangiare ai ricoverati all’ospedale psichiatrico, che sono oltre 850 solo a Messina, né comprar loro le medicine, né pagare lo stipendio ai dipendenti. Per fortuna la legge finanziaria nazionale ha consentito di iscrivere le relative somme nel bilancio preventivo dell’anno in corso.

D. — La Regione cosa può fare per la psichiatria?
R. — In occasione dell’ultima riunione delle province siciliane, i rappresentanti della provincia di Messina hanno proposto, e le altre province sono state d’accordo, di chiedere un incontro con il presidente della Regione, con l’assessore agli enti locali e con l’assessore alla sanità per concordare concrete iniziative per la realizzazione della assistenza psichiatrica nel territorio. Infatti non è sufficiente precisare con legge quanti psichiatri, psicologi, assistenti sociali, infermieri, devono operare in ciascuna zona, così come ha fatto l’assessorato regionale alla sanità, senza indicare come assumere tale personale, né coprire minimamente la spesa. Così come non è possibile parlare di Day Hospital, di laboratori protetti, di case-famiglia se non si è in grado di prevedere la relativa copertura finanziaria.

D. — Che fine hanno fatto i consultori familiari in Sicilia?
R. — Nonostante che tutti i comuni capoluogo di USL della provincia e molti comuni ancora, hanno presentato la formale richiesta di finanziamento per la istituzione dei consultori familiari entro il termine previsto del 30 settembre 1978, ancora dalla Regione non arriva nessuna notizia.

D. — Il piano triennale 1979-81, cosiddetto piano Pandolfi, riporta anche la valutazione previsionale del Fondo Nazionale Ospedaliero ( istituito con la legge 386 del 1974) e la relativa ripartizione regionale. Non le sembra che con tale ripartizione venga programmato il mantenimento del sottosviluppo ospedaliero delle regioni del Sud?
R. — Indubbiamente! anche se dobbiamo amaramente constatare che tale proposta è stata elaborata da un gruppo di lavoro in cui erano rappresentate tutte le regioni, quindi anche quelle meridionali, tra cui la nostra. Per darle un’idea mi consenta un solo esempio, tra due regioni estreme per tanti versi, il Veneto e la Campania, quest’ultima oggi così dolorosamente colpita. Nel 1978 sono andati al Veneto 446 miliardi ed alla Campania 427, cioè la Campania ha avuto 29 miliardi in meno pur avendo un milione di abitanti in più. Nel 1981, ultimo anno del triennio previsto, al Veneto andranno 690 miliardi ed alla Campania 661 miliardi, quindi il divario sarà ulteriormente aumentato. Sarebbe invece indispensabile che l’aumento complessivo reale della spesa ospedaliera, che è di 1615 miliardi fosse devoluto esclusivamente alle regioni meridionali, se si vuole effettivamente attuare una politica meridionalistica, e ciò anche per non vanificare ulteriormente quanto previsto dalla stessa legge che istituisce il Fondo Ospedaliero che testualmente, all’art. 16, così recita: «I parametri devono essere determinati numericamente per le singole regioni in base agli elementi demografici, igienico sanitari, al numero dei posti letto, alla durata media delle degenze, allo stato delle strutture, attrezzature e servizi ospedalieri, agli indici socio-economici, alla mobilità della popolazione, tenendo conto dell’esigenza di pervenire all’erogazione di prestazioni uniformi e di eliminare le differenze tra i servizi ospedalieri delle varie regioni, con particolare riguardo a quelle meridionali ed insulari».