SI PUO’ RINNOVARE LA POLITICA SANITARIA SENZA PARTIRE DAGLI ULTIMI ?

SI PUO’ RINNOVARE LA POLITICA SANITARIA SENZA PARTIRE DAGLI ULTIMI ?

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LUIGI ANILE – E’ sotto gli occhi di tutti che le cose nella nostra società nazionale e regionale, non vanno come dovrebbero andare. C’è una grave crisi istituzionale: i tre poteri costituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) non dialogano, si fronteggiano, non collaborano, sono in permanente conflitto, sembra che l’interesse che perseguono travalichi quello pubblico, col risultato che il Governo non governa, o governa male e con difficoltà.

Questa crisi istituzionale genera altra crisi che riguarda i  rapporti tra cittadino e P.A. tenendo distante il cittadino dal Palazzo, nei cui confronti si sente ancora un suddito e non padrone (come dovrebbe essere) per cui per accedere  agli uffici e far valere un diritto si ha bisogno dell’amico del funzionario, del compaesano, del compagno di scuola, del vicino di casa ecc…; oppure si  ha  bisogno del politico o dell’amico del politico.

Questo purtroppo avviene anche nel campo della sanità dove, di fronte  alle carenze del SS ed ai diritti che tale servizio spesso nega ai cittadini, questi ultimi spesso si disinteressano completamente e quando il problema salute diventa urgente, invece di pretendere  dalla P.A. il trattamento dovuto, cercano di risolvere il problema  chiedendo l’intervento dell’amico dell’operatore o del politico. Alla fine, con le dovute eccezioni, siccome quasi tutti possono vantare la conoscenza  di un amico dell’amico, la società delle raccomandazioni ristabilisce una certa, anche se apparente eguaglianza di base. Nel campo sanitario purtroppo  la situazione  è peggiore che negli altri settori pubblici, poiché la soggezione  nei confronti del medico  è molto pesante, il momento della malattia  aumenta la dipendenza  ed indebolisce  oggettivamente la forza contrattuale del cittadino utente e la paura di dover subire rappresaglie  sulla propria pelle o su quella  dei propri cari costituisce un deterrente più che sufficiente per congelare le rivendicazioni; un situazione questa che verifichiamo spesso quando le gente nelle denunzie fa un passo indietro per evitare fratture con l’operatore sanitario specie quando il problema sanitario non è ancora risolto; in tali casi si realizza una vera e propria complicità dell’utente sicuramente comprensibile. Con la crisi finanziaria e sociale che attraversa il paese, la situazione si è ulteriormente aggravata perchè sono in tanti, pare il 7%, che per ragioni economiche non possono curarsi, con conseguenze che lascio a voi immaginare e che incideranno nel tempo sulla salute della comunità e sul suo sviluppo. In questo contesto  va comunque sottolineato che da qualche tempo si assiste  al sorgere e rafforzarsi di movimenti e di associazioni di volontari di tutela dei diritti del malato che giustamente esigono maggiore ascolto  e un maggiore potere di intervento su tutto ciò che il malato  è in grado di giudicare  (informazione, consenso, privacy, relazioni col personale, confort alberghiero ecc.), andando nelle denunzie e rivendicazioni anche  oltre certi limiti di  deondologia  che sfiorano il cannibalismo professionale con deleterie effetti sulla comunità sociale; mi riferisco alla campagna obbiettivo risarcimento, portata  avanti da alcuni avvocati che al pari di tante altre categorie vivono la difficoltà dell’esercizio della loro professione.

Quella crisi genera anche crisi nei rapporti tra gli stessi cittadini ( non parliamo nei confronti dei diversi, degli ultimi dove la discriminazione e ancora di casa), crisi che porta le persone da esseri socievoli, come natura comanda, ad individualisti, violenti (homo homini lupus come diceva Hobbes), e si fa di tutto per dominare e sopraffare con un nuovo potere, quello finanziario, recuperando risorse, ricchezza in tutti i modi, leciti ed illeciti, legali e non  (vedi crisi delle banche, truffe finanziarie, estorsioni, mafia, malaffare  e quant’altro).

Tutto questo se noi lo riportiamo  a livello internazionale c’è il rischio di avere un’era della globalizzazione che gli stati stanno vivendo, che anziché essere della responsabilità che significa politiche cooperative nel mondo, sta diventando invece era della intolleranza con gli immigrati e gli stranieri perché vengono considerati  responsabili della disoccupazione o essere l’era del rovesciamento come ha scritto Robert Zoellick  (presidente della banca mondiale) dove i paesi si ripiegano su se stessi  mirando a sistemi di protezionismo magari di tipo nazionale (Svizzera) od europeo o  occidentale in genere ecc.

Ma torniamo al quadro  italiano. Il nostro movimento con la sua storia ultra trentennale, in sanità, si è sempre occupato degli ultimi,  perché ultimi oltre i poveri di spirito e gli immigrati sono tutte quelle persone rese fragili dalla malattia ed io personalmente non mi sarei sentito a mio agio nel movimento se l’utenza non fosse proprio costituita dagli ultimi, che poi nella realtà sono quelli che ci cercano.  Su questa strada mi pare che dobbiamo  camminare avendo sempre presente che gli ultimi nella politica, nella polis devono essere come i primi perché essi hanno pari dignità e diritti;  solo che questi diritti spesso pur se riconosciuti non sono esercitabili, godibili per tante ragioni tra cui non ultima il cattivo funzionamento delle istituzioni, P.A, Giustizia, Sanità…

Che fare. Perché le cose cambino penso che le istituzioni ed i cittadini devono assumersi le proprie responsabilità, assumendo comportamenti conseguenti, soprattutto al momento di scelta dei propri rappresentanti ( che devono essere veramente scelti dai cittadini, e non dalle segreterie politiche, una truffa questa bella e buona). Col Movimento siamo tutti d’accordo che  non va più bene la cittadinanza tradizionale, caratterizzata dalla appartenenza  ad una comunità  nazionale, definita come un insieme di diritti e doveri nei rapporti fra cittadini e stato (diritto al voto, dovere di pagare le tasse ecc.).

La nuova cittadinanza, è invece un insieme di poteri e responsabilità dei cittadini nelle politiche pubbliche volti alla cura e allo sviluppo dei beni comuni. Questi beni per il TDM si identificano nella salvaguardia del Servizio sanitario pubblico,  che dobbiamo difendere a denti stretti consapevoli che abbiamo ancora una Costituzione che fino a quanto non sarà cambiata ci dovrebbe garantire  un Ssn equo, solidale e gratuito sia pure attenuato dalle forme di compartecipazione reddituale richieste dalla necessaria sostenibilità del sistema. Questo richiede un nostro impegno  per creare un governo allargato, dove i cittadini facciano parte della governance per non essere  solo beneficiari, ma coprotagonisti per  incidere nelle politiche attraverso i programmi, la progettazione, le decisioni e le valutazioni. Per perseguire  tutto questo uno strumento è ora a portata di mano e sono i Comitati consultivi che, seppure sono trascorsi circa dieci anni dalla riforma sanitaria ter – la riforma Bindi – che li prevedeva,  sono oggi una realtà su cui i cittadini non possono più avere alibi per fare fumo, discutere all’infinito, brontolare, ma rimboccarsi le maniche e con tutte le difficoltà che possono incontrare (logistica, spese personali, tempo, fatiche spesso non gratificate ecc)  andare avanti, partecipando operosamente alla governance nell’espletamento delle delicate funzioni di (programmazione, piani attuativi, qualità, verifica funzionalità ecc.). Che cosa ci doveva di più riconoscere il legislatore? Mi pare che ha fatto tanto, almeno ritengo che proprio sia tanto per le nostre forze. Questo ci deve stimolare all’impegno massimo per  evitare il fallimento che può essere dietro l’angolo se le Associazioni rinunziano ad esercitare le delicate funzioni del Comitato.

 E poi ricordiamoci che  questo strumento  di partecipazione non è l’unico,  altri sono presenti nell’ordinamento ( le commissioni vitto, i comitati per il buon uso del sangue, i comitati etici) ed altri ne potremmo avere ( i nuclei di valutazione dei dirigenti, le commissioni di aggiudicazione degli appalti).

Scusate il tempo che sto occupando, molto altro vorrei dire;  prima di concludere tre  cose brevemente vorrei rappresentare su questi argomenti: 1° Comitato consultivo e Sportello civico informativo, 2°  rapporti tra Comitato consultivo e Cittadinanzattiva ed infine proposte di modifica della Conferenza di Ccc.

Sul primo punto mi pare importante sottolineare la necessità che in presenza di punti URP sempre meno presenti nelle realtà sanitarie ed ospedaliere, uno sportello informativo abilitato a ricevere anche segnalazioni, mi pare di estrema utilità se veramente vogliamo essere vicini al cittadino ed aiutarlo a risolvere i suoi problemi. Senza comunque volerci sostituire all’URP, ove presente, e lavorando con tale ufficio nella massima collaborazione.

Sul secondo punto gli aderenti a Cittadinanzattiva presenti nei Comitati consultivi non devono mai dimenticare la loro identità di cittadini attivi capaci di dare risposte dentro il Comitato su tutti gli argomenti e diffondere e sviluppare la mission di Cittadinanzatttiva. .L’assunzione di ruoli particolari in seno ai comitati consultivi  se può essere gratificante non ci deve  far dimendicare lo spirito di servizio e l’impegno di responsabilità  a 360.  La presenza poi del rappresentante di cittadinazattiva in tali organismi non deve mai essere  passiva, deve difendere i propri rappresentanti negli organismi di partecipazione previsti dalle leggi (Commissioni vitto, comitati per il buon uso del sangue) sostenere con le Associazioni di tutela degli utenti la designazione del proprio rappresentante in seno al comitato etico  di riferimento non  in alternativa, ma in aggiunta al rappresentante del volontariato.

Sul terzo punto, anche se questa non è la sede, vorrei far presente che occorre dare mano alla modifica del Regolamento della Conferenza dei Comitati soprattutto nella parte che riguarda i poteri del Presidente, oggi molto ampi, travalicando la rappresentanza istituzionale e  incidendo nelle competenze dei Comitati, senza trascurare la necessità che dopo un triennio di funzionamento dei Comitati consultivi è bene che le Direzioni generali assumano criteri omogenei nella valutazione delle numerose domande di ammissione da parte delle Associazioni  in occasione del rinnovo.

Voglio concludere con questa mia convinzione: lavorare nei Comitati consultivi ed in Cittadinanzattiva – Tribunale per i diritti del malato è un grosso impegno soprattutto perché comporta  responsabilità nelle risposte che i cittadini si aspettano e che noi dobbiamo, pena la perdita della nostra credibilità. Vi ringrazio per l’attenzione  chiedendovi ancora scusa se mi sono dilungato.

Catania 15.3.2014

Luigi Anile,   Coord. Reg.le Cittadinanzattiva – TDM